L’Assegno Divorzile deve tenere conto anche del Tenore Di Vita in “senso lato”.

Anche a seguito della pronuncia a Sezioni Unite della Corte di Cassazione n. 18287/2018 dell’11 luglio 2018, per l’individuazione in concreto dell’assegno divorzile, perequativo e compensativo, non si può prescindere dall’analisi del “tenore di vita” in senso più lato, quali condizioni personali, tenuto in costanza di matrimonio. 

Come oramai notorio non solo ai giuristi ma al comune sentire, in merito alla tematica dell’attribuzione dell’assegno divorzile, si sono susseguiti nell’ultimo anno differenti e contrapposti arresti giurisprudenziali – che hanno condotto le S.S. U.U. della Corte di Cassazione a pronunciarsi sul punto nella nota sentenza n. 18287/2018 dell’11.07.2018 – che avrebbero visto tutti abbandonare il parametro del “tenore di vita” tenuto in costanza di matrimonio in favore della “indipendenza economica” del coniuge richiedente.

Ad operare tale “giro di boa”, volto alla eliminazione della c.d. rendita di posizione, fu la I Sezione della Corte di Cassazione con la pronuncia del 10.05.2017 n. 11504 che, in contrapposizione alla pronucia a Sezioni Unite della Suprema Corte n. 11490 del 29 novembre 1990 – che sanciva che l’inadeguatezza dei redditi doveva essere valutata in relazione al tenore di vita pregresso, riconduceva il giudizio di inadeguatezza dei redditi alla non autosufficienza economica del coniuge richiedente e distingueva, ai fini del riconoscimento o meno dell’assegno divorzile, due fasi, l’una prodromica all’altra, la prima dell’an debeatur e la seconda del quantum debeatur, cui si accede solo sussistendo i presupposti della prima, nel quale viene individuato, appunto, il principio dell’autosufficienza e autoresponsabilità economica cui, secondo la Corte del 2017 era ispirato l’art. 5 comma 6, L. 898/70, nel senso che, la scelta del divorzio è frutto di scelta definitiva che implica le relative conseguenze economiche.  

Una timida rimodulazione ai casi concreti dell’interpretazione della I sezione civile della Corte di Cassazione  in tema di assegno divorzile, si è inizata ad intravedere in alcune successive sentenze di merito, tra le quali appare molto significativa la sentenza del Tribunale di Udine del 1.06.2017 la quale si è discostata dal su richiamato orientamento della I sezione della Corte di Cassazione, evidenziando “come in realtà il giudizio sull’an non possa logicamente essere distinto da quello sul quantum atteso che, si tratta di un’unica operazione in cui i due aspetti si compenetrano e servono a trovare un equo contemperameno di tutte le esigenze rappresentate dal legislatore nel tormentato art. 5, 5° e 9° comma”. Concludeva, pertanto: “…L’accertamento del diritto all’assegno divorzile va effettuato verificando l’adeguatezza o meno dei mezzi del coniuge richiedente alla conservazione del tenore di vita precedente……” (v. pag. 18 sentenza Tribunale di Udine).

Le precedenti e differenti interpretazioni dell’art. 5 L. 898/70 operate dalla Corte di Cassazione e dal successivo anzi richiamato timido discostamento dei Tribunali di merito, hanno condotto le S.S. U.U. della Corte di Cassazione a pronunciarsi sul punto nella nota sentenza n. 18287/2018 dell’11 luglio 2018, la quale ha dato una interpretazione fortemente innovativa dell’art. 5 L divorzio costituita dalla considerazione che l’inadeguatezza dei mezzi a disposizione del coniuge che richiede l’assegno non può essere valutata al di fuori degli indicatori contenuti nella parte iniziale della norma (soprattutto le condizioni dei coniugi, il contributo personale ed economico dato alla vita matrimoniale, la durata del matrimonio), pertanto, considerando completamente superate le interpretazioni che valutavano l’inadeguatezza dei redditi prescindendo da tali indicatori e cioè sia l’interpretazione data trent’anni fa dalle Sezioni Unite (n. 11490/1990), sia quella data di recente dalla Prima Sezione della Cassazione (n. 11504/2017). 

Le Sezioni Unite dell’11 luglio 2018 hanno evidenziato come entrambe le precedenti interpretazioni pecchino di astrattezza in quanto basate su elementi estranei agli indicatori, richiamati dalla prima parte della norma, di cui il giudice deve tenere conto quando si occupa dell’assegno divorzile. Proprio per questo motivo non ha più ragione di esistere la distinzione tra fase dell’an debeatur e fase del quantum debeatur: compito del giudice è quello di valutare, nell’ambito di un giudizio unitario, se e in che termini l’eventuale disparità dei redditi tra i coniugi (e quindi l’inadeguatezza dei mezzi a disposizione di un coniuge rispetto all’altro) sia collegata al contributo portato alla vita matrimoniale da ciascun coniuge, alle rispettive condizioni personali e alla durata del matrimonio e in che misura tale disparità debba essere perequata (funzione assistenziale, perequativa, compensativa dell’assegno divorzile).

Il fondamento costituzionale dei criteri indicati nell’incipit della norma – così espressamente sostengono oggi le Sezioni Unite – deve condurre ad una valutazione concreta ed effettiva dell’inadeguatezza dei mezzi e dell’incapacità di procurarseli per ragioni oggettive fondata in primo luogo sulle condizioni economico-patrimoniali delle parti, da accertarsi anche utilizzando i poteri istruttori officiosi attribuiti espressamente al giudice della famiglia (art. 5, comma 9, L. divorzio). Tale verifica è da collegare causalmente alla valutazione degli altri indicatori contenuti nella prima parte dell’art. 5, comma 6, al fine di accertare se l’eventuale rilevante disparità della situazione economico-patrimoniale degli ex coniugi all’atto dello scioglimento del vincolo sia dipendente dalle scelte di conduzione della vita familiare adottate e condivise in costanza di matrimonio, con il conseguente sacrificio delle aspettative professionali e reddituali di una delle parti.

Il principio di solidarietà, posto a base del riconoscimento del diritto, impone che l’accertamento relativo all’inadeguatezza dei mezzi ed all’incapacità di procurarseli per ragioni oggettive sia saldamente ancorato alle caratteristiche ed alla ripartizione dei ruoli endofamiliari. All’assegno di divorzio deve, perciò, attribuirsi una funzione assistenziale ed in pari misura compensativa e perequativa.

Affermano le Sezioni Unite che il giudice ha tre compiti fondamentali: a) innanzitutto quello di accer­tare l’esistenza e l’entità dello squilibrio tra i redditi dei coniugi eventualmente determinatosi al  momento del divorzio; b) in secondo luogo il compito di valutare il nesso causale tra lo squilibrio e gli indicatori previsti nella legge; c) infine il compito di determinare l’importo perequativo-com­pensativo del caso concreto.

In merito a tale ultimo compito, secondo la lettura di alcuni passaggi della sentenza, appare che secondo le S.S. U.U., l’importo dell’assegno: 1) deve assicurare l’autonomia e l’autosufficienza economica del coniuge debole; 2) deve, però, anche essere adeguato al contributo dato dal coniuge alla vita fa­miliare (cura della famiglia e dei figli) e, quindi, compensare (tenendo conto dell’età e della durata del matrimonio) il sacrificio delle aspettative professionali ed economiche che ne sono conseguite; 3) non ha la finalità di ricostituzione del tenore di vita endoconiugale. 

Tutti compiti del giudice di merito a cui è affidata la giustizia del caso singolo.

Alla luce della siffatta interpretazione delle Sezioni Unite, appare insita da parte del giudice una valutazione dei redditi e quindi del benessere (cioè del tenore di vita) raggiunto da una famiglia.  Pertanto, se il tenore di vita costituisce in genere il segnale del benessere raggiunto da una famiglia in seguito ai sacrifici dei coniugi, è evidente che questa condizione di benessere dovrà influire sulla misura dell’assegno divorzile. 

Il tenore di vita coniugale, quale desumibile dai redditi delle parti e dagli accertamenti eventualmente disposti, non può che essere il dato da cui partire per l’individuazione in concreto dell’importo dell’assegno, perequativo e compensativo.

Se questo lavoro di ricostruzione – anche in via presuntiva – del tenore di vita coniugale non venisse svolto, l’assegno finirebbe per aver la sola funzione (esclusa dalla Sezioni Unite) di garantire l’autosufficienza economica del richiedente. Perciò nell’individuazione in concreto dell’assegno divorzile non sarà possibile escludere il riferimento al tenore di vita della famiglia, non per ricostituirlo a favore di un coniuge, ma per misurare quali compiti abbia effettivamente svolto il coniuge richiedente l’assegno che hanno contribuito (nell’ottica della parità del lavoro professionale e casalingo e di cura dei figli) a raggiungere quel tenore di vita. Compiti che il coniuge ha svolto sacrificando altre aspettative. La compensazione di tali “sacrifici” sarà necessariamente collegata al benessere che ne è conseguito, anche in termini di maggiore importo dell’assegno.

La più recente giurisprudenza di merito – in attesa di un intervento del legislatore, a cui gli operatori del diritto ed i destinatari delle norme anelano – sta valorizzando sempre più quest’ultimo aspetto riconoscendo che “…La soglia oggettiva di tale autosufficienza non  può essere tuttavia standardizzata…..non si può astrarre il livello dell’indipendenza economica dalla specifica condizione del singolo, inteso quale persona che…. è portatrice di esperienze di vita maturate nel tempo del matrimonio ed influenzate sia dalla condivisione in concreto del vissuto familiare che dal “costo” – in termini di carriera, di esperienza professionale, di risparmio e accrescimento patrimoniale in senso lato – della sua partecipaziome al menage familiare, nella misura e con le modalità impegnate nel corso del rapporto coniugale. Il solo tenore di vita goduto nel corso del matrimonio, in questa prospettiva, è un parametro al contempo inadeguato per eccedenza e per difetto: “per eccedenza”, perché conferisce con durata tendenzialmente indefinita vantaggi aprioristicamente fondati sulle risorse patrimoniali e produttive dell’altro coniuge, con il rischio di costituire la rendita parassitaria che non vi è ragione di garantire e, “per difetto” perché riduce l’analisi ai dati più tangibili ed evidenti, laddove molti alri fattori vengono in evidenza per valutare di cosa davvero necessita per essere autonomo ed indipendente quello dei due coniugi che, rimasto a sé stante, continua la propria vita dopo aver acquisito con il matrimonio caratteristiche personali (o dopo avervi rinunciato per le esigenze familiari) che influiscono sulle sue necessità essenziali, anche se non coincidono più con le prerogative di status di coppia, che più non esiste”…….“In questa prospettiva, chi richiede l’assegno ha l’onere di allegare e provare quali fossero, in senso più lato, le condizioni personali di cui concretamente fruiva in costanza di matrimonio e la mancanza attuale di risorse patrimoniali adeguate a farvi fronte”. La Corte di Appello di Venezia, nella sentenza n. 68/2019 dell’11.01.2019, R.G. n. 4218/2017 – di cui si sono sopra richiamati alcuni stralci –  nell’analizzare la fattispecie concreta sottoposta al suo vaglio per la richiesta riforma della sentenza di primo grado – che aveva negato l’assegno divorzile – e quindi i redditi dell’appellante e la garanzia di una stabile abitazione – precisa che “si tratta di una condizione che non si può definire di piena autonomia, in rapporto alle sue effettive esigenze, collegate alla durata del matrimonio ed alle abitudini di vita maturate da entrambi i coniugi….” e, pertanto, ha ritenuto congruo ripristinare a carico dell’ex marito l’obbligo di conferire alla ex moglie un assegno divorzile.

 Avv. Paola Emblema

Commissione Diritto di Famiglia – Anai Napoli

Coordinatore Marina Vacca

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