Quale è il nostro “novum”? Non quello che campeggia su copertine e classifiche; non quello delle periodiche proposte politiche che non riescono a interessare né giovani né vecchi; non quello dell’amministra­zione della cosa pubblica esibita, più che gestita, a colpi di “like”, non quello della gridata e nominalistica discontinuità; e neppure quello della improvvi­sata originalità, che, come dice Berenson, «è propria degli incapaci».

Queste sono novità che alimentano la cronaca, non il nuovo che fa la storia.

Novum è ben altro: è ciò che imprevedibilmente e irreversibilmente segna il destino individuale e collettivo. E se non siamo vigili, lo vediamo non in faccia, ma di spalle, quando se n’è già andato. 

Il novum possiamo coglierlo nell’avvento ormai conclamato di due barbari, nelle due rivoluzioni che rischiano di mettere in ginocchio il vecchio ordine politi­co, economico, etico. 

La rivoluzione sociale, ovvero l’arrivo di nuo­vi popoli in cerca di quella giusti­zia che noi abbiamo rimosso dai nostro lessico.

La rivoluzione tecnologica, ov­vero l’impero dei media digitali, che porta con sé inedite possibili­tà ma anche altrettante doman­de. Questo passaggio dall’analogico al digitale ha segnato – paradossale contrappasso – un salto dalla socialità del noi alla solitudine dell’io.

Per conoscere questo novum abbiamo bisogno di politica e di cultura, di statisti e di maestri. Figure fuori moda che preferiscono la consolazione alla verità. 

(Ivano Dionigi su “Repubblica”)

Maurizio de Tilla

 (Presidente A.N.A.I.)

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