Nell’amministrazione della giustizia c’è sempre una sacra rappresentazione: ha il suo cerimo­niale (che come quello sacro, si chiama « ri­to »), i suoi paramenti, le sue formule eso­teriche; ha un andamento di dramma, i cui « atti » debbono susseguirsi nell’ordine pre­stabilito dinanzi al pubblico, intramezzati da qualche preparativo segreto dietro le quinte; ha il suo scenario e i suoi personag­gi tradizionali, il pubblico ministero che è il tiranno, il giudice che è il padre nobile, il difensore che fa sempre la parte di primo attor giovine. I processi somigliano talmente alle comme­die, che spesso si son viste nei teatri com­medie costituite per intero, dal primo all’ul­timo atto, dalla fedele riproduzione di un dibattimento giudiziario: il pubblico che va a assistere ai processi ha lo stesso animo sva­gato di chi va al teatro, e lo stesso animo avrebbe ugualmente se domani in piazza ci fosse il carnefice a torturare e a impiccare.

Piero Calamandrei

Piero Calamandrei

Ma forse in questa sacra rappresentazione c’è qualcosa di ancor più profondo, dal qua­le essa deriva una irresistibile, per quanto lugubre, attrattiva: che, cioè, in questo ce­rimoniale giudiziario è simboleggiato un processo invisibile in cui tutti ci sentiamo coinvolti; chiusi in questa gabbia che è la vita, sotto una imputazione che non ci è sta­ta notificata, ma che forse è inutile tentar di conoscere, perché tanto sappiamo che, co­munque l’istruttoria si svolga, la sentenza finale è già scritta, e solo è differita la pubbli­cazione. Il processo dell’esistenza, con le sue spire di incubo, come lo ha sentito il Kafka.

Questo è forse, in fondo, il misterioso istinto che porta gli artisti a guardare gli avvocati ed i giudici: come se vedessero simboleggiato in loro l’incontro, che sta al centro di ogni coscienza, tra l’accusa impla­cabile e la disperata difesa, la spasimante in­vocazione di una giustizia che si ostina a ri­manere in eterno sigillata nel suo silenzio, e questa attesa angosciosa di un verdetto che è poi sempre per tutti, inesorabilmente, di condanna a morte. Proprio questo interno significato sottinteso accresce all’esterno il ridicolo intorno a queste povere creature vestite da avvocati e da giudici, che in realtà sono anche loro, nonostante il travestimen­to, nient’altro che imputati già condannati in anticipo, e che tuttavia si illudono di po­ter sul serio amministrare giustizia ai propri simili (Piero Calamandrei – Gli avvocati)

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