L’uroboro è il serpente che vive nutrendosi di sé stesso (oùpà, coda; bopòc: mordace): il serpente che, per nutrirsi, morde e mangia la propria coda. Spogliata dal sovraccarico di significati che è proprio d’ogni figura del mito – nel nostro caso, si tratta d’una raffigurazione dell’eterno ritorno – l’im­magine spiega bene il meccanismo per cui il denaro nutre il potere e il potere alimenta il denaro, in un costante doppio scambio tra orifizi che trasmettono l’una sostanza all’altra. Sembrerebbe un meccanismo perfetto. Perpetuo.

Infatti, non solo in fisica ma anche in politica, qualunque sistema di scambio d’energia chiuso su sé stesso, autoreferen­ziale, è destinato a morire. L’energia e il nutrimento prodot­to sono inevitabilmente insufficienti a sostenere nel tempo il movimento del meccanismo o la vita dell’organismo. In più, nel nostro caso, si tratta di un organismo dalle necessità non costanti, ma crescenti. Il suo appetito ha qualcosa di maligno per lui stesso. Non conosce sazietà, ma cresce crescendo. Di denaro e di potere, non ce n’è mai abbastanza. Questa è la natura degli esseri umani e, quindi, delle loro società, quando non si apprestano rimedi e non si pongono limitazioni.

È all’opera una forza che ha certamente radici in un’in­dole appropriatrice e sopraffattrice che costituisce il pro­blema essenziale d’ogni tipo di costruzione ordinata della vita sociale. Il denaro o, meglio, l’uomo di denaro non è statico, ma aspira all’accrescimento e la forza dell’arricchi­mento è l’arricchimento stesso. Onde più si possiede, più si mira a possedere. 

Il serpente "uroboro"

Il serpente “uroboro”

La stessa cosa vale per il potere. Basta ricordare la massima d’esperienza antropologica di Montesquieu, cir­ca la naturale tendenza tirannica dell’essere umano, che quanto più è potente tanto più tende a tiranneggiare.

La vita sociale consiste nel contenimento di queste due forze, denaro e potere. Sono forze disgregatrici poiché la lotta per il denaro divide le società, con un solco via via più profondo, tra ricchi e poveri; la lotta per il potere, a sua volta, tra potenti e impotenti. La forza intrinseca di questa lotta porta alla concentrazione, sia dell’uno, il denaro, che dell’altro, il potere. Essa si estende nella cerchia dei già ricchi e già potenti, in lotta tra loro, ma solidali quando la loro ricchezza e il loro potere sono minacciati dagli esclusi dalla ricchezza e dal potere.

L’esigenza di accrescimento, tuttavia, non proviene sol­tanto da ragioni d’indole soggettiva. È il sistema stesso del denaro-potere che ha bisogno di crescere costantemente. La crescita è la condizione della fiducia e dell’esistere. La mera crescita è però una sorta di condanna, poiché non ammette sosta. La sosta e perfino la “crescita lenta” equi­valgono all’inizio della corsa verso il fallimento, a meno che il denaro e il potere non si rimettano sempre di nuovo in corsa. Si tratta non di vivere, ma di sopravvivere a sé stes­si. 

In conclusione l’uroboro è un animale aggressivo, consuma risorse e potere, crea sempre più poveri e sempre .più impotenti. In virtù della sua forza espansiva, rastrella per tutta la terra e per tutti i popoli della terra quanto può servire a placa­re momentaneamente la sua fame. Il processo – impove­rimenti di popoli, colonizzazioni, estrazioni, spoliazioni, inquinamenti, deforestazioni, ecc. – è in corso da secoli e, da ultimo, ha preso velocità: motus in fine velocior. Da principio si poteva non vedere o fare finta di non vedere.

Si poteva credere che si trattasse di episodi isolati. Oggi, non più.

E, soprattutto, l’uroboro è cieco: guarda solo le sue ter­ga e non si chiede in quale direzione i suoi appetiti porta­no il mondo in cui cerca di sopravvivere. Non è in grado di avvertire i pericoli che minacciano la sopravvivenza del mondo e, nel mondo, lui stesso. Non è in grado di dar­si una direzione. È un animale nichilistico, perfettamente adeguato al tempo nichilista. Ed è anche spietato. Non per volontà prava ma, ancor peggio, per intrinseca necessità. 

(Gustavo Zagrebelsky – Mosca cieca).

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