L’equo compenso può risolvere la crisi professionale. Il Governo deve accelerare i tempi (anche con un decreto legge) per intervenire sull’equo compenso per gli avvocati. Occorre bloccare da subito le clausole vessatorie inserite nei contratti tra professionisti legali e poteri forti, ossia alcune banche e assicurazioni. Tra l’altro, consulenza a titolo gratuito, an­ticipo delle spese di giudizio a carico dell’avvocato, rinuncia al rimborso delle spese sostenute.

Gli avvocati non possono più aspettare

Gli avvocati non possono più aspettare

Va inoltre prevista la nullità della clausola o del patto e determinare un compenso equo per l’avvocato, tenendo conto dei parametri definiti dal decreto del Ministero della giustizia.

L’obiettivo è porre rimedio a situazioni di squilibrio nei rapporti contrattuali tra avvocati e banche e assicurazioni, dato che spesso le convenzioni stipulate contengono una o più clausole di natura vessatoria nei confronti del professionista, prevedendo un compenso non equo. Entrando nel dettaglio, il provvedimento legislativo proposto individua le clausole considerate vessatorie e che consistono: nella riserva al committente della facoltà di modificare uni­lateralmente le condizioni del contratto; nell’attribuzione al committente della facoltà di recedere dal contratto senza congruo preavviso, di rifiutare la stipulazione in forma scritta degli elementi essenziali del contratto, di pretendere presta­zioni aggiuntive che l’avvocato deve prestare a titolo esclusivamente gratuito. Inoltre, è considerata vessatoria la clausola che prevede, per contratto, che sia l’avvocato ad anticipare le spese della controversia o che imponga all’avvocato la rinun­cia al rimborso delle spese.

Sono nulle anche le clausole che consistono nella pattuizio­ne di termini di pagamento su­periori ai sessanta giorni dalla data di ricevimento, da parte del committente, della fattura o di una richiesta di pagamento di contenuto equivalente. Inoltre, sono nulle le clausole che pattuiscano che, in ipotesi di liquidazione delle spese di lite in favore del committente, sia previsto che al legale venga rico­nosciuto solo il minore importo stabilito in convenzione, anche nel caso che le spese liquidate siano state in tutto o in parte corrisposte o recuperate dalla parte. Infine, sono considerate vessatorie le clausole che con­sistano nella pattuizione che, in ipotesi di nuova convenzione sostitutiva di un’altra stipulata in precedenza col medesimo committente, preveda che la nuova disciplina sui compensi si applichi, se inferiore a quel­la prevista nella precedente convenzione, anche agli incarichi pendenti, o, comunque, non ancora definiti i fatturati.

La proposta legislativa definisce poi la deter­minazione giudiziale dell’equo compenso. Il giudice, accertata la nullità della clausola o del patto vessatorio che preveda un compenso troppo basso, tiene conto dei parametri pre­visti dal decreto del Ministero della giustizia adottato ai sen­si dell’art. 13, somma 6, della legge a. 247/2012, oltre che della quantità e della qualità del lavoro svolto, del contenu­to e delle caratteristiche della prestazione legale prestata in concreto. Il provvedimento, si legge nella relazione illustra­trice, fa riferimento al codice del consumo, in cui l’obiettivo del riequilibrio normativo del contrattuale è perseguito con lo strumento della «nullità di protezione».

Tale nullità di protezione si caratterizza per la relatività dell’azione riconosciuta al solo consumatore, per la necessaria parzialità della nullità e per la rilevabilità di ufficio della nul­lità, a condizione che operi a vantaggio del consumatore. 

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