In una bella scena di Moonlight (e non sono poi moltissime), il giovane protagonista Little si confronta con i due adulti che l’hanno accolto e quasi adottato, mentre la madre si fa di crack sul divano di casa.
“Che vuol dire frocio?”, chiede. “Ma io sono gay?,” rincara, ascoltata la spiegazione, “come faccio a saperlo?”. “Lo saprai quando sarà il momento tu lo sappia,” gli viene risposto.
Al di là del (pur esemplare) didascalismo del dialogo – qui riportato in forma sintetica e semplificata – la questione del film di Barry Jenkins sta tutta lì: è identitaria. Pone domande come chi siamo, quali sono i comportamenti che ci definiscono, quali gli stereotipi che ci imprigionano.
Perché, racconta il film, una madre può non essere una madre, e uno spacciatore può essere il più amorevole e protettivo dei padri. Perché essere gay non impone come modello comportamentale di sfilare a ogni Pride in tanga, piume e autoreggenti, ed essere un maschio nero nell’America periferica e degradata di oggi non deve necessariamente dover rispecchiare l’immaginario machista e gangsteristico.

Acquista questo titolo su amazon:

Ovvietà, certo, ma quasi veniali in Moonlight; come la schematicità con la quale il film riprende la divisione in tre atti – le tre vite del protagonista – derivante dal testo teatrale di Tarell Alvin McCraney, “In Moonlight Black Boys Look Blue”, che è servito come base a Jenkins.
Un titolo lirico, quello della pièce, un racconto impressionista: tanto da spingere il regista a ricercare la poesia del momento e dell’immagine in maniera quasi ossessiva, seguendo le coordinate – quelle sì, stereotipate – di un finto naturalismo che – a forza di ricercare il chiaro di luna, gli sguardi in macchina che si rispecchiano, lo squallore suburbano elevato a foto artistica – risulta in una fastidiosa estetizzazione (di cui sono corresponsabili il DOP James Laxton e il compositore Nicholas Britell) che fa a cazzotti con la voglia di rigore narrativo e la laconicità monosillabica del protagonista.

In mezzo a questo fuoco incrociato, Little (o Chiron, o Black, o qualsiasi altro nome deciderà di indossare come una pelle nuova, per inaugurare una fase nuova della vita) rimane schiacciato, interdetto, interrotto. La sua ricerca svuotata di senso, destinata ad approdi provvisori e precari, come quello della tenerezza di un caldo abbraccio che non pare davvero esaustiva e soddisfacente.
Curioso come un film che vorrebbe spingere a rifiutare i ruoli imposti dall’esterno (dagli altri, dalla società, dai media), a rigettare le etichette, accumuli al suo interno dosi elevatissime di luoghi comuni cinematografici: dallo spacciatore buono – interpretato dal bravo Mahershala Ali, il Remy di House of Cards – al modo in cui è raccontato il bullismo nelle scuole e il turbamento legato alla scoperta di sé, fino alla parabola riservata al personaggio di Kevin.

La morale di Moonlight, messa in bocca proprio a Kevin nel finale, è più che ovvia: è addirittura scontata. Ma evidentemente, se si parla di neri e di gay, e del combinato esplosivo del film, ci si deve accontentare.

Immagine della copertina del DVD di Moonlight

Immagine della copertina del DVD di Moonlight

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *