Ingiustizia, disuguaglianza, povertà, fame, dispotismo, ignoranza, esclusione, sfruttamento: il mondo moderno è afflitto da molte piaghe, e noi abbiamo tutte le ragioni per contrastarle con la massima fermezza. La lotta può assu­mere toni piuttosto duri, perché ci si deve confrontare con barriere assai difficili da abbattere. La difficoltà è acuita dal fatto che non di rado ci tocca affrontare forze ferocemente ostili all’introduzione dei cambiamenti necessari per elimi­nare questi intollerabili fenomeni.

La lotta contro l’ingiustizia si può però condurre in mol­ti modi. Un’aspra battaglia non deve necessariamente as­sumere la forma di uno scontro cruento. Anche il gioco può diventare una forma di protesta. È importante ren­dersi conto di quanto il gioco sia in grado di dare voce alle persone – anche agli ultimi – che cercano di opporsi al di­spotismo, allo sfruttamento o a una condizione di profon­da disuguaglianza.

Il gioco ha anche molti altri elementi d’attrattiva, natu­ralmente. Li conosciamo bene. Giochi e svaghi possono svolgere una funzione ricreativa, aiutarci a restare in salu­te, stimolare la nostra immaginazione, offrirci nuove idee e prospettive. 

Gilbert Keith Chesterton aveva ragione quando osservava: «Il vero sco­po di tutta la vita umana è il gioco. La terra è un campo di lavoro, il cielo un campo da gioco».

Protestare contro l’ingiustizia è, anzi, solo uno degli usi che si possono fare della possibilità di farsi sentire offerta dal gioco. Un altro è quello di esprimere un’immagine del­le persone più pregnante, un quadro capace di andare al di là delle caratterizzazioni monodimensionali dell’essere umano che il fanatismo – religioso, politico o di qualsiasi altra natura – cerca di rifilarci.

Dobbiamo maturare una maggiore consapevolezza del fatto che il gioco dà alle persone la pos­sibilità di esprimersi e farsi sentire e che tale possibilità, co­munque ottenuta, può essere di vitale importanza per ripensare la società. Riuscire a giocare con qualcuno significa acquisire voce in capitolo, persino quando tale voce assume la forma di una dichiarazione silenziosa.

L’uso della comicità rimanda ad applicazioni più ampie.

L’impiego del ridico­lo come arma non ha ancora ricevuto tutta l’attenzione che meriterebbe.

Il “Daridracarudatta” di Bhasa o il “Mrcchakatika” di Śūdraka sono giustamente celebrati per lo sguardo disin­cantato con cui ritraggono i ricchi e i potenti, non solo stig­matizzando gli uni e gli altri, ma anche ridicolizzandoli in modo straordinario: nello stridente contrasto con l’osten­tata enunciazione di alti ideali, la corruzione e l’abuso di potere finiscono per apparire sempre più assurdi. L’analisi letteraria non ha mancato di rilevare la carica rivoluziona­ria di queste commedie, ma le strategie impiegate per su­scitare andrebbero studiate più a fondo.

(Amartya Sen – Un desiderio al giorno per una settimana, Sulla libertà, lo sviluppo e la formazione)

Maurizio de Tilla

(Presidente A.N.A.I.)

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