Nella “Vita di Pitagora”. Porfinio racconta che “il maestro impartiva il proprio in­segnamento a due categorie di persone: matematici e acusmatici. I matematici studiavano la parte più importante e approfondita della dottrina, mentre gli acu­smatici si accontentavano dei fat­ti senza le spiegazioni».

Le prime testimonianze scrit­te di questa doppia attività di in­segnamento ce le hanno lasciate Platone e Aristotele. Il primo ha scritto solo opere divulgative per una diffidenza nei confronti del­la scrittura, che gli faceva relega­re l’insegnamento profondo all’o­ralità. Il secondo ha invece scrit­to sia opere divulgative che testi di ricerca, ma le prime sono anda­te perdute e ci sono rimasti sol­tanto i secondi. È interessante che entrambi i filosofi abbiano ritenuto di dover adottare, nella lo­ro attività divulgativa, la forma dialogica. Anche se spesso il dialogo platonico è fittizio, e l’inter­locutore di Socrate è più una spalla che un comprimario.

Anche la scienza, fin dal suo avvento, adottò la forma dialogi­ca per la propria divulgazione. Il Dialogo scientifico più famoso e importante è probabilmente l’o­monima opera che Galileo Gali­lei pubblicò nel 1632, «dove nei congressi di quattro giornate si discorre sopra i due massimi si­stemi del mondo, tolemaico e co­pernicano, proponendo indeter­minatamente le ragioni filosofi­che e naturali tanto per l’una, quanto per l’altra parte». Come già i dialoghi platonici, però, an­che quelli galileiani non sono af­fatto discussioni fra interlocutori alla pari: al contrario, uno dei due contendenti è il ventriloquo dell’autore, mentre l’altro rivela fin dal nome il suo ruolo di utile idiota. (Piergiorgio Odifreddi, su “La Repubblica”).

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *