Come si costituisce una opinione pubblica autonoma che sia veritieramente del pubblico? È chiaro che questo opinare deve essere esposto a flussi di infor­mazione sullo stato della cosa pubblica. Se fosse «sordo», troppo chiuso e troppo precostituito nei confronti dell’andamento della res pubblica, allora non servirebbe. D’al­tra parte, quanto più una pubblica opinione si apre ed espone a flussi di informazione esogeni (che riceve dal potere politico o da strumenti di informazione di massa), tan­to più l’opinare dei pubblici rischia di diventare «etero-diretto».

Peraltro, finché l’opinione pubblica è stata preva­lentemente plasmata dai giornali, l’equilibrio tra opinione autonoma e opinioni eterononome (etero-dirette) era ga­rantito dall’esistenza di una stampa che fosse libera e mol­teplice, a molte voci. L’avvento della radio non ha sostan­zialmente alterato questo equilibrio. Il problema sorge con la televisione e nella misura in cui il vedere soppianta il discorrere. Finché prevale la comunicazione linguistica, i processi di formazione dell’opinione non avvengono di­rettamente dall’alto al basso; avvengono «a cascata», o me­glio come in una successione di cascate interrotte da va­sche nelle quali le opinioni si rimescolano.

Inoltre, alla casca­ta si affiancano e contrappongono ribollimenti dal basso, e anche resistenze o vischiosità di varia natura.

La televisione, invece, è dirompente perché scavalca i cosiddetti leader intermedi di opinione, e perché spazza via la molteplicità di «autorità cognitive» che variamente stabiliscono, per ciascuno di noi, a chi credere, chi sia fededegno e chi no. Con la televisione l’autorità è nella visione stessa, è l’au­torità dell’immagine. Non importa che le immagini possa­no ingannare ancor più delle parole.

Il punto resta che l’occhio crede in quel che vede; e quindi che l’autorità cognitiva più creduta diventa la cosa vista. Ciò che si vede appare «reale», il che implica che appare vero. (Giovanni Sartori – Homo videns)

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