dom. 6 – C`È CHI È COSTRETTO alla pensione prima del tempo; chi sogna di andarci ma, per l`ennesima riforma che gli ha cambiato le carte in tavola (Fornero), non può; chi potrebbe anticipare l`uscita, ma solo pagando un tanto al mese (prestito Ape); e chi invece non ci va perché il governo gli concede per legge di derogare alla legge. Trattamento speciale, riservato però solo ad alcuni altissimi magistrati: c`è chi dice quattordici, chi diciassette. Comunque pochi eletti. Perché?

La vicenda, esplosa in piena estate sotto forma di decreto legge del governo, convertito dal Senato il 19 ottobre scorso, non ha avuto l`eco che meritava ( ma se n`è occupato diffusamente “Il Fatto” ), forse perché cela la sua essenza dietro pandette e cavilli. In sostanza: prima che il Csm provvedesse alla nomina del primo presidente della Cassazione – giudice di ultima istanza, massima autorità della macchina giudiziaria – il governo ha deciso la conferma, la proroga, il congelamento, scegliete voi, di Giovanni Canzio, 71 anni, illustre magistrato dalla ricchissima biografia, fermandolo proprio sulla porta che lo stava portando alla meritata quiescenza. E vabbè, direte voi, in un mondo in cui siamo tutti uguali ma c`è sempre qualcuno più uguale degli altri, ci stiamo abituando al dilagare della deroga, sottospecie della irritante filosofia del condono, che ci vuoi fare. Stavolta però spiccano i dettagli, perfino più avvincenti della trama stessa.

In principio l`eccezione era stata riservata a due soli nomi, Canzio e il procuratore generale della Cassazione, Pasquale Ciccolo. Motivazione: non si può decapitare la Suprema Corte alla vigilia di una pioggia di nomine per coprire posti vacanti e di interventi per una maggiore efficienza degli uffici. Poi però, per evitare che le solite malelingue sospettassero una misura ad personam, insomma per il solo Canzio, ma figurati!, il governo ha deciso di

beneficiare anche i vertici di Consiglio di Stato, Corte dei Conti e Avvocatura dello Stato. Pochi prescelti. Non si arriva a venti. E però, peggio il tacon del buso. Il Csm, richiesto di un parere dal ministro della Giustizia Andrea Orlando, boccia il decreto nonostante i buoni uffici del vicepresidente Giovanni Legnini; l`Anm, sindacato dei magistrati, grida alla lesa Costituzione: o tutti o nessuno; lo stesso Orlando storce il naso mentre tra i partiti dilaga il nervosismo: così al Senato il governo è costretto a porre la fiducia, e per mano del ministro Maria Elena Boschi, visto che Orlando proprio quel giorno era impegnato altrove…

UNA TEMPESTA. Alla cui origine c`è un dato obiettivo. Arrivato al governo con l`intenzione di esportare la rottamazione anche tra i magistrati (e che, solo i politici?), Matteo Renzi ha abbassato a 70 anni l`età pensionabile che il primo governo Berlusconi aveva invece innalzato a 75. Ma non aveva messo in conto che così facendo sarebbero stati decapitati gli uffici giudiziari di mezza Italia; e che gli interessati avrebbero gridato all`incostituzionalità, stavolta per il motivo opposto. Da allora comunque, anno dopo anno, e siamo a tre, si è andati avanti a colpi di deroghe con la scusa di non voler indebolire uffici travolti da pratiche inevase. Potete immaginare l`ira degli altri giudici altrettanto oberati di lavoro, ma esclusi dal provvedimento. Anche l`idea dell`Anm di innalzare l`età pensionabile a 72 anni per dare il tempo al Csm di provvedere alle nomine, non ha finora convinto il governo. E subito qualcuno: non sarà mica perché il settantaduesimo compleanno di Canzio, classe `45, cade il primo gennaio prossimo?

SOSPETTI VELENOSI. Dopo i quali, si sa, si vanno a scorrere le biografie. Così si ricorda che il giudice di Cassazione Canzio fu relatore nei delicatissimi processi Andreotti-Pecorelli, Corrado Carnevale e Calogero Mannino (alla fine assolti). E che da presidente della Corte d`appello di Milano si è dovuto districare nei processi Mills e Ruby, con le polemiche che ne sono seguite. Da ieri a oggi: a giugno la Cassazione ha detto sì, in alcuni casi, alla stepchild adoption; alla vigilia del voto di fiducia al Senato, è transitato prima il ricorso sul quesito referendario di dicembre (respinto) e poi la richiesta di referendum abrogativo per la “buona scuola”, giudicato inammissibile per mancanza di qualche migliaio di firme; ora è attesa la pronuncia sul Job`s act. Quanto basta per alimentare altre insinuazioni e colorare di politica i vertici della massima magistratura. Ma è anche per evitare di minare la fiducia nelle istituzioni giudiziarie, e nelle loro sentenze, che la legge dovrebbe essere uguale per tutti. Appunto, dovrebbe.

 

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