La durata in carica dei senatori, coerentemente con il sistema di elezione, viene a coincidere con quella degli organi delle istituzioni territoriali dai quali sono stati eletti (art. 57, comma 5): in altri termini, il Sena­to non avrà più una durata prestabilita (come attual­mente: cinque anni), ma la sua composizione varierà ogni volta che verranno rinnovati i Consigli regionali (mediante quindi un meccanismo di rotazione ad per­sonam: come, per intenderci, attualmente avviene per la Corte costituzionale). Conseguentemente, viene meno anche il potere del Presidente della Repubblica di sciogliere il Senato (art. 88, primo comma).

I senatori siederebbero a Palazzo Madama in quanto titolari di una carica regionale o locale e per questo la durata del loro mandato coinciderebbe «con quella degli organi delle istituzioni territoriali dai quali sono stati eletti», cioè dei Consigli regionali. Questi ultimi hanno ormai scadenze differenti gli uni dagli altri, con con­seguente frequente turn over dei senatori, alcuni dei quali potrebbero cessare anche nel corso della legislatura a segui­to di morte, dimissioni o decadenza. Questo determinerebbe che durante lo svolgimento dei lavori vi po­trebbero essere continue sostituzioni, certo non utili all’effi­cienza dell’istituzione e non paragonabili ai rinnovi parziali previsti in modo più ordinato in altre seconde Camere.

L’attuale formulazione (“La durata del mandato dei senatori coincide con quella degli organi delle istitu­zioni territoriali dai quali sono stati eletti’, mentre nel testo approvato in prima lettura dal Senato era scritto “nei quali sono stati eletti’), rischia di produrre difficol­tà interpretative con riguardo ai sindaci eletti senatori. Ad una prima e necessaria interpretazione, infatti, si potrebbe dedurre che un Sindaco debba rimanere in carica come senatore anche quando – eventualmente – cessi di essere Sindaco, fino al momento in cui non ven­ga sciolto il Consiglio regionale che lo ha eletto. Ma tale interpretazione appare contraddittoria, ad esempio con la previsione della mancata inden­nità: nel periodo intercorrente tra la propria decadenza da Sindaco e lo scioglimento del Consiglio regionale, infatti, il senatore in questione non riceve alcuna indennità, neppure quella di Sindaco, e quindi sareb­be costretto a svolgere la funzione di senatore in modo del tutto gratuito. A ciò si aggiunga una considerazione dagli effetti ancora più gravi: se infatti il Consiglio regionale eleggesse un Sindaco in scadenza di mandato (o quasi), questo resta senatore per cinque anni. Il che vanificherebbe la logica stessa dell’elezione di sin­daci/senatori. Di conseguenza, pare inevitabile se­guire una diversa interpretazione, ovvero che ciascun senatore rimanga in carica fino a che resti Sindaco o consigliere: un Sindaco, dunque, resterà senatore fino a che sarà Sindaco; decaduto da tale ultima carica de­cadrà anche dalla prima, ed il Consiglio regionale ne dovrà eleggere un altro (che rimarrà in carica fino alla conclusione della legislatura regionale). Ma anche tale soluzione, che pure non risulta del tutto coerente con la formulazione della disposizione, apre alcuni gravi pro­blemi: come e da chi sarà eletto il nuovo senatore/sin­daco? Se il suo predecessore è infatti stato eletto in una lista non di maggioranza, la maggioranza potrà sostitu­irlo con uno “suo”? Ed in tal caso, come sarà garantita la proporzionalità della rappresentanza complessiva della Regione?

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