Non solo l’immigrazione incontrollata. Anche le maglie della rete criminale che riconsegnano alle nostre carceri sempre più detenuti stranieri.

E poi, la piaga latente del sovraffollamento e lo spettro della radicalizzazione dietro le sbarre. Un mix esplosivo che rischia di acuirsi, mentre gli strumenti legislativi per disinnescarlo rimangono paradossalmente sottoutilizzati.

Almeno quelli che consentono il rimpatrio degli stranieri condannati, che sarebbero in grado di decongestionare gli istituti penitenziari e di limitare l’emarginazione in cella, germe dell’estremismo religioso. Nonostante in Italia il trasferimento dei detenuti nei loro Paesi d’origine sia possibile dal 1988 in base alla convenzione di Strasburgo del 1983, e sia stato reso più agevole da una Decisione quadro del 2008 che disciplina le riammissioni nell’ambito dei confini Ue, il meccanismo resta di fatto inapplicato. Impantanato nella burocrazia di accordi bilaterali, negoziati avviati o da avviare, trattati da ratificare con i Paesi di provenienza dei condannati. Il risultato è che su una popolazione carceraria che conta 18.166 stranieri, pari 33,5% del totale, nel 2014 (ultimo dato disponibile del Dap) sono stati rimpatriati appena 22 detenuti secondo la convenzione di Strasburgo e solo 74 in applicazione della Decisione Quadro. In tutto, dunque nel 2014 sono stati 96 i detenuti rimpatriati su una platea potenziale di diecimila condannati stranieri in via definitiva.

Senza scomodare la convenzione di Strasburgo, ma solo applicando la ben più agile normativa europea, il comitato di esperti degli Stati generali dell’esecuzione penale riunitosi a febbraio ha quantificato in almeno duemila i rimpatri mancati. Celle che potevano essere liberate e soldi che potevano essere risparmiati.

Al 31 luglio 2015 infatti risultavano detenuti nei penitenziari 3.782 cittadini comunitari. Se si considera che il 58,8% degli stranieri è condannato in via definitiva, la riammissione avrebbe permesso agli istituti di alleggerirsi, appunto, di 2mila persone. E al ministero della Giustizia di non sborsare 300mila euro al giorno (Antigone stima una spesa di 150 euro a detenuto), quasi 110 milioni di euro l’anno. Se poi vi si aggiungono i condannati extra comunitari – i marocchini sono il 17% del totale degli stranieri – compatibili con il trasferimento, la spesa pubblica scenderebbe di mezzo miliardo.

Se i numeri sono ancora esigui, il ministro Andrea Orlando ha rivendicato lo sblocco di un sistema congelato da tempo: «Abbiamo avviato i negoziati con Tunisia, Senegal, Cina, Gambia, Argentina, Colombia, Filippine, Uruguay e Nigeria. Ratificato il trattato con l’Egitto e il Kazakistan. Firmato un trattato con il Marocco, Emirati Arabi, Kenya, oltre a convocare nell’immediatezza del mio insediamento una riunione di tutti i procuratori generali che hanno competenza, per avviare il percorso di rimpatrio». In attesa che sia effettivamente eseguito. Lodovica Bulian

 

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