Un errore clamoroso, la vittima sacrificale per eccellenza che torna sull’altare della giustizia italiana.

Francesco Raiola come Enzo Tortora. Un militare tutto d’un pezzo come il celebre giornalista, quasi trent’anni dopo, nella stessa terra e con un copione sconcertante che colpisce per la facilità con cui ancora oggi si finisce in carcere. Allora, negli anni Ottanta, l’inventore di Portobello fu ammanettato sulla base di alcune grossolane calunnie, fabbricate in serie da una squadra di pentiti. Ora, o meglio il 21 settembre 2011, Raiola viene catturato come trafficante di droga per via di alcune intercettazioni lette con la lente del pregiudizio dai pm di Torre Annunziata. «Io – racconta il militare che è stato in Afghanistan e Kosovo – parlavo di mozzarelle, due chili, ma loro si erano convinti che si trattasse di una partita di stupefacenti. E quando con un collega discutevo della Tv con ingresso Mediaset per le partite, non utilizzavo un linguaggio criptato come loro pensavano, ma effettivamente di un apparecchio da comprare in un centro commerciale».

Uno scivolone investigativo all’interno dell’inchiesta Alieno che il giovane, sposato e con due figli, paga a caro prezzo: quattro giorni di isolamento, ventuno in cella a Santa Maria Capua Vetere, più cinque mesi ai domiciliari e la fine della carriera in divisa. Un disastro cui per fortuna pone rimedio, almeno sul piano giudiziario, il gip di Nocera Inferiore che ha ereditato per competenza il fascicolo da Torre Annunziata: il giudice si accorge che le accuse non stanno in piedi e proscioglie Raiola in udienza preliminare, senza

nemmeno spedirlo a processo.

Ma a rendere ancora più incandescente il caso ci sono quelle suggestioni, quei rimandi, quegli incroci con il caso Tortora. Diego Marmo, il pm che nel 1985 definì il presentatore «un cinico mercante di morte» è nel 2011 il procuratore capo di Torre Annunziata, anche se l’indagine che porta a 73 arresti non è farina del suo sacco. E Mary Tagliazucchi, la reporter che ha scoperto la vicenda e l’ha raccontata sul sito ofcsreport, accosta Raiola a Tortora in un colloquio con Francesca Scopelliti, la compagna del presentatore, suscitando il suo sgomento. «Mi ricordo ancora oggi le sue bretelle rosse – dice Scopelliti a proposito di Marmo – i suoi toni esacerbati ed esasperati tanto da avere la bava alla bocca». E, ascoltata la via crucis di Raiola, afferma durissima: «Per quanto mi riguarda Diego Marmo dovrebbe solo ritirarsi a vita privata».

Marmo oggi è in pensione: le sue scuse, arrivate trent’anni anni dopo, sono state respinte senza esitazione al mittente. Lui continua a ripetere che una carriera ricca di soddisfazioni e risultati non può essere impiccata su quell’unico pur dolorosissimo errore, dovuto alla «troppa foga». E invece Marmo si porta dietro il fantasma di Tortora e ad ogni suo passo pubblico, ad esempio la nomina nel 2014 ad assessore alla legalità nel comune di Pompei, puntuali riesplodono le polemiche.

Anche perché il sistema giustizia funziona male e produce ancora errori inammissibili. Come quello del soldato che ora vorrebbe rientrare nell’esercito che invece l’ha bandito. La giustizia dovrebbe essere riformata ma tutti i progetti si sono arenati e l’opinione pubblica considera ormai le toghe una casta nella casta: troppi magistrati non sono stati puniti dopo aver sbagliato. Anzi hanno fatto carriera sui loro errori. Stefano Zurlo

 

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