Il ministro Orlando, in un`intervista al Messaggero, ha promesso che la riforma delle intercettazioni sarà conclusa entro l`anno. Non è facile credergli, per la semplice ragione che questa riforma non è gradita a due categorie professionali che – alleate e quasi fuse tra loro – sono diventate la più robusta potenza politica, in Italia: i magistrati e i giornalisti. Molto più potente di qualunque partito politico, più potente dei sindacati e di ogni possibile aggregazione sociale o intellettuale. Quantomeno in materia di giustizia, magistrati e giornalisti, negli ultimi 25 anni hanno dettato legge. E ancora un mese fa si sono opposti, indignati, a un passaggio breve breve della legge sulle intercettazioni che – esplicitamente -proibisce intercettazioni private, prese a tradimento, e usate non a scopo di indagine ma per danneggiare una persona e rovinargli la reputazione al di fuori delle normali vie giudiziarie. Di fronte alla contestazione mosse da Pm e giornalisti, ai primi di agosto, il governo e i partiti di maggioranza si ritirarono subito in buon ordine. Possiamo credere che ci abbiamo ripensato e abbiano deciso di affrontare la battaglia e di infischiarsene dei veto dell`Anm e della Fnsi? Sarebbe bello che fosse così. Oggi l`uso selvaggio delle intercettazioni, e addirittura la loro trasformazione in materiale di spettacolo (il festival del “Fatto” del quale parla qui sotto Fulvio Abbate) sono uno degli aspetti più incivili della nostra macchina della giustizia. Ma sono il sistema più semplice, sia per i Pm sia per i giornalisti, per manganellare chi vogliono senza bisogno di prove, di indizi, e spesso persino senza ipotesi di reato. Riuscirà il ministro Orlando a prevalere su di loro? Se riuscirà merita una medaglia. Io, però, ne dubito.

 

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