Download del file Proposte 28.1.2013

1. La funzione costituzionale dell’avvocato.

L’avvocatura è una componente essenziale della giurisdizione che trova fondamento nel fatto che l’avvocato, con la difesa del cittadino, assume la veste di protagonista nel processo.

Ora se è vero che il processo risulta essere la sede dell’esercizio della funzione giurisdizionale è innegabile che la rilevanza costituzionale di quest’ultima debba estendersi a tutti i soggetti che ad esso partecipano da protagonisti: giudici ed avvocati.

La magistratura e l’avvocatura sono, con pari dignità, le componenti della giurisdizione.

La rilevanza della pari dignità assume il significato di un concreto bilanciamento all’interno dell’assetto costituzionale della giurisdizione, che si presenta come garanzia di neutralizzazione delle possibili distorsioni e degenerazioni.

L’avvocato diventa, quindi, il depositario e l’affidatario della quota di sovranità appartenente alle parti processuali che non possono restare nella totale disponibilità del giudice.

L’Avvocatura assume il ruolo di indispensabile sostegno alla correttezza e alla pienezza del ruolo del giudice per la rappresentazione della situazione giuridica delle parti.

Se la presenza dell’avvocato è garanzia di terzietà del processo, l’Avvocatura deve concorrere, con propri rappresentanti, all’Amministrazione della giustizia nelle diverse articolazioni, con un bilanciamento di ruoli e funzioni.

La recente nuova disciplina di riforma dell’ordinamento della professione forense parla, all’art. 1 n. 2, di specificità della funzione difensiva e di “primaria rilevanza giuridica e sociale dei diritti alla cui tutela essa è proposta”. Ma la dicitura legislativa non è sufficiente. Appare necessaria una riforma costituzionale.

L’Avvocatura ha, infatti, proposto di modificare il titolo IV della Seconda Parte della Costituzione intitolandola “La Giurisdizione” con l’articolazione in tre sezioni: la prima dedicata ai principi fondamentali della funzione giurisdizionale; la seconda ai principi riguardanti la Magistratura, la terza ai principi che regolano la difesa e l’Avvocatura. Viene così rafforzato il principio costituzionale del diritto di difesa come funzione essenziale in ogni procedimento giudiziario e viene, allo stesso tempo, costituzionalizzata l’attività dell’avvocato nella sua funzione di rilevanza pubblica.

2. La riforma forense è un primo passo. Ma non basta.

Occorre porre immediato rimedio al sovraffollamento degli albi degli avvocati ponendo regole selettive per l’accesso alla professione. Sul punto la riforma è completamente carente avendo il Parlamento disatteso alcune indicazioni dell’Avvocatura (selezione nell’accesso al tirocinio e all’esame di stato, limite di età, scadenza del certificato di abilitazione, eliminazione delle iscrizioni di diritto, etc.).

Sul tema bisogna intervenire con incisività ed urgenza stabilendo il numero chiuso per la iscrizione all’albo e, se con ciò non fosse possibile, il numero programmato all’Università (nelle iscrizioni e/o nel corso del quinquennio di laurea).

Non c’è altra soluzione. La presenza record di 240 mila avvocati rende difficoltoso l’esercizio di una qualificata difesa del cittadino.

In Francia gli avvocati sono 47 mila e in Inghilterra vi sono 10 mila barrister (gli avvocati che esercitano nel processo) ai quali si aggiungono 120 mila solicitors che hanno funzioni anche non forensi e non svolgono, in massima parte, funzioni difensive.

3. La eccessiva ingerenza dello Stato nella formazione dei regolamenti attuativi della riforma forense.

Il potere di autonomazione è molto diffuso negli ordinamenti forensi europei.

L’autonomia ed indipendenza delle avvocature europee è facilitata con la predisposizione di regole da parte delle organizzazioni forensi con il controllo dello Stato.

Con la recente riforma forense è avvenuto il contrario.

Quasi tutto il potere regolamentare è attribuito al Ministero della Giustizia, con il parere delle Commissioni parlamentari competenti e il parere del CNF.

Anzitutto è da segnalare che le modalità per il riconoscimento del titolo di specialista vengono stabilite dal Ministero ed i percorsi formativi vengono organizzati esclusivamente presso le facoltà di giurisprudenza, espropriando così gli ordini e le associazioni di ogni potere.

Ma vi è di più: le Università provvedono a tanto nell’ambito delle risorse disponibili a legislazione vigente e, comunque, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica. E poiché i fondi notoriamente mancano, le specializzazioni se ne vanno in malora!

Anche in tema di assicurazione per la responsabilità civile ed assicurazione contro gli infortuni vi è l’ingerenza dello Stato laddove si stabilisce che le condizioni essenziali e i massimali minimi delle polizze sono stabiliti ed aggiornati ogni cinque anni dal Ministro della Giustizia. Che probabilmente non terrà alcun conto dei giovani e della parte debole dell’avvocatura che versa in grave difficoltà per la grave crisi economica e per le liberalizzazioni selvagge.

Con un regolamento emanato dal Ministro della Giustizia, sentito CNF e Commissioni parlamentari, sono altresì disciplinati la tenuta e l’aggiornamento dell’albo, degli elenchi e dei registri, le modalità di trasferimento, i casi di cancellazione e le relative impugnazioni di provvedimenti adottati in materia dei Consigli degli Ordini, dei quali si è esclusa qualsiasi autonomia.

Compete, inoltre, al Ministro della Giustizia di adottare il regolamento che disciplina: a) le modalità che giustificano le modalità di svolgimento del tirocinio e le relative procedure di controllo da parte del competente Consiglio dell’Ordine; b) le ipotesi che giustificano l’interruzione del tirocinio e le relative procedure di accertamento.

Ancora. Il Ministro della giustizia, sentito il CNF, disciplina con regolamento:

a) le modalità e le condizioni per l’isti­tuzione dei corsi di formazione da parte degli ordini e delle asso­ciazioni forensi giudicate idonee, in maniera da garantire la libertà ed il pluralismo dell’offerta formativa e della relativa scelta in­dividuale;

b) i contenuti formativi dei corsi di for­mazione in modo da ricomprendervi, in quanto essenziali, l’insegnamento del lin­guaggio giuridico, la redazione degli atti giu­diziari, la tecnica impugnatoria dei provvedi­menti giurisdizionali e degli atti amministra­tivi, la tecnica di redazione del parere stra­giudiziale e la tecnica di ricerca;

c) la durata minima dei corsi di forma­zione, prevedendo un carico didattico non inferiore a centosessanta ore per l’intero pe­riodo;

d) le modalità e le condizioni per la fre­quenza dei corsi di formazione da parte del praticante avvocato nonché quelle per le ve­rifiche intermedie e finale del profitto, che sono affidate ad una commissione composta da avvocati, magistrati e docenti universitari, in modo da garantire omogeneità di giudizio su tutto il territorio nazionale. Ai compo­nenti della commissione non sono ricono­sciuti compensi, indennità o gettoni di presenza.­

Anche qui nessuna autonomia dagli Ordini che devono seguire pedissequamente le prescrizioni del Ministero.

4. I pregi e i difetti della riforma forense.

Qualcuno si è chiesto se valeva la pena di dare il consenso ad una riforma che, in definitiva, non tratta bene l’avvocatura e la sottopone ad una disciplina imposta dallo Stato (Ministero della Giustizia e Commissioni parlamentari) senza porre in essere alcuna innovativa politica legislativa di selezione nell’accesso al tirocinio e all’esame di Stato.

Qualcuno ha ribattuto che qualche risultato positivo c’è: l’eliminazione dei soci di capitale dalle società tra avvocati (se e quando sarà approvato il decreto legislativo del Governo); il ripristino del procedimento di formazione dei parametri (le vecchie tariffe) che impone di sentire il CNF (senza però che vengano reintrodotti i minimi di tariffa).

Per alcuni vi sono altri vantaggi per le istituzioni forensi: il prolungamento a quattro anni del mandato per gli Ordini con una proroga di un altro anno per le nuove elezioni; il prolungamento a quattro anni dal mandato per il CNF con una proroga di quasi due anni  per le nuove elezioni. Il tutto con il limite invalicabile di due mandati e con elezioni consiliari che dovranno tener conto della rappresentanza di genere nella percentuale almeno del terzo dei consiglieri eletti.

5. Bisogna evitare la demolizione di 1.000 uffici giudiziari su 1.000. Una vera e propria strage di giustizia.

Eliminare due terzi delle sedi giudiziarie può anche significare la demolizione dei diritti dei cittadini sul territorio.

Di ciò nessuno vuole parlare. L’avvocatura, insieme ai sindaci ed ai cittadini, ha reagito al disegno di soppressione che impone la eliminazione materiale di parti consistenti di giustizia di prossimità.

Le rappresentanze forensi (OUA, CNF, Ordini, Associazioni) si sono unite nel promuovere iniziative giudiziarie che hanno già colto nel segno: tre ordinanze (Tribunale di Pinerolo, di Montepulciano e di Alba) di rimessione alla Corte costituzionale; due provvedimenti, del TAR Basilicata e del TAR Lombardia, di annullamento di provvedimenti di soppressione di sezioni distaccate (in procinto di emettere altri provvedimenti: TAR Lazio, TAR Emilia Romagna, TAR Puglia, TAR Sardegna); tre provvedimenti di Sulmona, Melfi e Rossano di annullamento e/o sospensione di provvedimenti di spostamento del personale.

L’ANAI insiste nel formulare la richiesta di sospensione dei decreti legislativi n. 155 e 156 del 2012, per provvedere successivamente e gradualmente alla ridistribuzione dei singoli uffici con l’emanazione di uno o più decreti correttivi della normativa, con la salvaguardia dell’operatività degli uffici giudiziari sia sedi di tribunali sia sedi distaccate.

Invece di portare avanti una confusa e pasticciata chiusura di tribunali, sedi distaccate e di giudici di pace, bisogna individuare le vere cause delle disfunzioni della giustizia che derivano dai ritardi del processo telematico, dalle carenze di personale e di giudici, dalla carente utilizzazione dei giudici laici. L’offerta dell’Avvocatura, manifestata in più riprese, riguarda l’elaborazione di un serio piano di smaltimento dell’arretrato, che rappresenta la prima delle condizioni per garantire una prospettiva di recupero di efficienza del sistema, con il necessario coinvolgimento della stessa Avvocatura, sulla base di un reclutamento responsabile e selezionato. E ciò insieme a una riforma della magistratura laica che valga a garantirle quella autonomia e dignità professionale che il suo ruolo ormai insostituibile esige.

Diversamente si corre il pericolo di ripetere l’infausta esperienza della media conciliazione obbligatoria che la Corte costituzionale ha dichiarato incostituzionale.

Le questioni di incostituzionalità sollevate dai Tribunali Pinerolo, Montepulciano e Alba sono fondatissime.

Si legge, tra l’altro, nelle predette ordinanze che la disciplina contenuta nella legge n. 148/2011, volta a riorganizzare la distribuzione del territorio degli uffici giudiziari, è stata introdotta per la prima volta nella legge di conversione, senza che il decreto-legge convertito ne facesse alcun cenno e senza che sia stata ripetuta la dichiarazione di straordinaria necessità ed urgenza. Ma vi è di più: la norma “intrusa”, oltre che eterogenea, non ha direttamente disciplinato la materia, perché la riorganizzazione territoriale degli uffici giudiziari è stata ulteriormente delegata al Governo con violazione degli artt. 70, 72, primo comma, e 27, secondo comma della Costituzione.

La sequenza procedimentale delineata nella Costituzione (decreto legge seguito da legge di conversione) è stata sostituita con una sequenza diversa (decreto legge, seguito da legge di conversione, seguita a sua volta da decreto legislativo, delegato, per altro, in una materia del tutto estranea al decreto convertito, ma riferita ad altro e diverso decreto già convertito con altra legge).

Di fronte a numerosi provvedimenti giudiziari che accolgono le istanze dell’Avvocatura e dei sindaci e annullano provvedimenti di soppressione o pongono seri dubbi di incostituzionalità della legge di revisione della geografia giudiziaria, il Ministero della Giustizia fa finta di nulla e continua imperterrito a dare corso ad una revisione che viene ogni giorno inficiata e che cadrà probabilmente sotto la scure dell’illegittimità costituzionale.

Il Capo del Dipartimento del Ministero della Giustizia il 28 dicembre 2012 ha trasmesso una nota che fissa consistenze e modalità di piante organiche e di dotazione di uffici senza una idonea e sufficiente indagine sulla consistenza degli uffici accorpanti e la possibile evaporazione dei giudizi pendenti che rischiano di essere bloccati a tempo indeterminato.

Si fa riferimento ad efficienze e produttività che non esistono. E che il Ministero farebbe bene ad accertare con sopralluoghi e ricognizioni locali che non sono state mai fatte. Il Ministero della Giustizia, invece che bloccare, come di dovere, gli improvvisati provvedimenti di Presidenti dei Tribunali (che sono stati puntualmente annullati), va avanti senza alcuna razionalità, con una sorprendente voluminosità cartacea e con una cocciutaggine che rischia di fare la fine della mediaconciliazione obbligatoria.

Formula percorsi inesistenti, con piantine geografiche e strutture mal individuate, che ci ricordano la meravigliosa tela di Bruegel (La parabola dei ciechi) che si può vedere nel Museo di Capodimonte di Napoli, in cui i ciechi in fila, con una mano sulla spalla, si avviano a cadere tutti nel pendio di un sentiero.

La nota ministeriale fatta circolare in questi giorni manca di qualsiasi empirismo e si propone come studio teorico che solitamente leggiamo in alcuni lavori di dipartimenti universitari che vengono poi smentiti dalla realtà.

Come quei grafici e schemi di illustri Premi Nobel che hanno determinato l’uso di “derivati” che, sul piano teorico, potevano anche essere utili e convenienti per gli investitori, ma che contenevano le insidie e i rischi di calcoli e dati astrusi senza alcun riscontro nella realtà finanziaria e nei comportamenti degli individui.

Lo stesso Ministero sa bene che il male principale è la forte scopertura di magistrati negli uffici giudiziari pari a 1.273 giudici in 9.605 posti in organico. E ciò a parte la palese insufficienza degli organici specie nei tribunali metropolitani e la pessima utilizzazione dei giudici laici e di pace.

6. Processo telematico ed informatizzazione della giustizia.

Invece che sopprimere mille uffici giudiziari per migliorare la giustizia (in realtà si peggiora la tutela dei diritti) basta introdurre seriamente e diffusamente il processo telematico, attuando efficacemente il processo di informatizzazione della giustizia.

Appaiono necessari forti investimenti e cambiamenti di mentalità per produrre la massima produttività di giudici, di dirigenti e di personale.

È stato giustamente sottolineato (v. documento del Gruppo “Innovazione per Area”) che il processo civile telematico può portare a formidabili risparmi in ore di lavoro e ad incrementi di qualità del sistema. Va, quindi, subito accelerato il passaggio alla obbligatorietà del processo civile telematico, eliminando al più presto l’ibridismo tra fascicolo cartaceo e telematico.

La dematerializzazione degli atti e dei documenti significa innovare profondamente il “Sistema Giustizia”.

Il “Tribunale telematico” è la più seria proposta presentata dall’Avvocatura che va al più presto esaminata in una sinergia collaborativa tra i CISIA, gli Ordini e le Associazioni degli avvocati.

7. Trasparenza e diffusione dei dati annuali dei bilanci preventivo e consuntivo.

La prima domanda è questa: dove finiscono ogni anno i fondi dell’Amministrazione della giustizia che ammontano a più di sette miliardi di euro all’anno?

Le altre domande:

Quanto si è speso fino ad oggi per il processo telematico?

Sono state utilizzate bene le risorse impiegate?

Quanti sono gli sprechi?

Cittadini, avvocati, giudici, dirigenti, dipendenti, operatori della giustizia hanno il diritto sacrosanto di sapere nel dettaglio come vengono gestiti i fondi della giustizia (che sono stati incrementati sensibilmente con i notevoli aumenti dei contributi a carico degli utenti).

In sostanza, nella giustizia manca trasparenza su investimenti, introiti, spese, somme e beni gestiti, risorse impiegate, obiettivi perseguiti e raggiunti.

Si sa solo che si sono spesi malamente 84 milioni per inutili braccialetti elettronici e che per l’esternalizzazione dei servizi si spendono all’incirca 700 milioni all’anno.

Domanda conclusiva. Si può affidare ad una commissione paritetica (formata da cittadini, avvocati, giudici, personale) il controllo delle ingenti spese?

 

Maurizio de Tilla

 (Presidente A.N.A.I.)

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *